Unità Pastorale Forlanini (UPF)

CARTA DI COMUNIONE PER LA MISSIONE

Unità Pastorale Forlanini, Maggio 2010

Premessa

Questa “Carta” non nasce a tavolino, ma da un ampio confronto tra i credenti delle nostre cinque Parrocchie dell’Unità Pastorale Forlanini, precisamente attraverso due momenti assembleari (3 ottobre 2009 e 6 febbraio 2010), nei quali ci siamo interrogati sulle priorità pastorali per questo nostro territorio, in termini di discernimento spirituale, domandoci cosa lo Spirito chiede alle nostre comunità; e in una prospettiva missionaria, domandandoci come annunciare il vangelo qui ed ora ai nostri fratelli.

I testi ispiratori sono stati, in ottobre la lettera del nostro Vescovo “Pietre vive”, e in febbraio la lettera dei Vescovi delle Diocesi Lombarde “La sfida della fede: il primo annuncio”.

Ecco dunque il frutto di questo confronto, attorno ad alcune parole chiave, ma soprattutto attorno ad un volto di chiesa verso cui tendere.

Quale volto di chiesa? Tra Antiochia e Filippi

Raccogliendo il suggerimento del Cardinale Tettamanzi (cfr La chiesa di Antiochia “regola pastorale” della Chiesa di Milano”), abbiamo voluto trarre dalla contemplazione dell’icona di Antiochia (At 11, 19-30) e dalla riflessione sulla chiesa di Filippi (At 16, 11-40), alcuni spunti utili alla comprensione del volto di Chiesa verso cui vogliamo camminare e lo stile missionario che intendiamo attuare.

In alcune zone del territorio di questa Unità Pastorale, una parte consistente delle persone, vive ormai una considerevole distanza culturale dalla tradizione cristiana. Questo ci fa cogliere l’importanza di sentirci come Paolo a Filippi, impegnati in una lettura attenta del loro vissuto quotidiano che eviti, in particolare, un approccio giudicante o troppo schematico.

Tale contesto esige, a nostro avviso, una rinnovata disponibilità all’ascolto della realtà e dello Spirito di Dio che è già all’opera in essa. La giusta attenzione a progetti pastorali significativi non può mettere, però, in secondo piano l’esigenza di avere comunità in cui vi sia la presenza di credenti appassionati del vangelo, capaci di renderlo evidente nella propria vita, siano essi laici, religiosi o sacerdoti.

Ci è parso di cogliere, nella missione di Filippi, alcuni elementi importanti anche nel presente. Intuiamo nell’azione di Paolo e dei suoi compagni una lettura attenta del territorio e la capacità di cogliere in esso gruppi di credenti già operanti. Questo ci stimola a scoprire nelle nostre comunità persone o gruppi con una fede adulta, cui dedicare una particolare attenzione, perché siano a loro volta dei moltiplicatori e diffusori del messaggio evangelico. Grande attenzione andrà data anche a gruppi umani vicini all’esperienza credente ed ai nostri valori essenziali, che sul territorio possano essere interlocutori della nostra azione.

Tale attenzione però, non può dimenticare coloro che si accostano alla Chiesa sia mediante la sola frequenza all’assemblea eucaristica, sia attraverso una religiosità che assume a volte forme apparentemente o realmente meno profonde. Per i primi è essenziale la cura della celebrazione domenicale, che permetta di sprigionare tutta la forza evangelizzatrice della Parola e dei riti. Per i secondi serve un senso profondo di accoglienza e la capacità di farsi carico del punto di partenza degli interlocutori con intelligenza (cfr in tal senso “La sfida della fede: il primo annuncio“ ).

Va però contrastata, come avviene per Paolo a Filippi, una visione magica e superstiziosa della religiosità, favorendo la crescita del senso religioso verso una visione più matura e “cristiana” di esso, in particolare attraverso l’annuncio della Parola.

Ci pare di cogliere, inoltre, nell’azione di Paolo una testimonianza limpida e priva di ambiguità, che ci stimola ad evitare ogni possibile compromissione o approccio utilitaristico verso la realtà che ci circonda e ad avere il coraggio di un annuncio profondamente implicato con la ricerca della giustizia e la verità.

La lettura attenta del testo ispirativo di Antiochia ci ha fatto cogliere inoltre, un aspetto che ci pare importante. La presenza, nella Chiesa delle origini, di due differenti tipi di Comunità cristiane, l’una riferita a Gerusalemme nella quale è evidente uno stile più classico ed istituzionale, e l’altra ad Antiochia, ove prevale un’impostazione più aperta e carismatica, che accentua la missione, la carità e l’accoglienza delle differenze.

La nostra Unità Pastorale opera già da alcuni anni nella direzione di una differenziazione di stili parrocchiali che, pur nella profonda sintonia e comunione di progetto, possono renderci più capaci di intercettare un mondo come quello del nostro territorio, dove la differenza e la frammentarietà regnano sovrane. Riteniamo che tale sviluppo vada ulteriormente favorito.

Sullo sfondo di questo volto di chiesa, vogliamo ora mettere in evidenza le parole chiave attorno a cui immaginare e condurre il cammino che ci sta davanti: formazione, relazione, accoglienza, accompagnamento.

La vita secondo lo Spirito e la formazione

La vita cristiana ha un suo fondamento, vale a dire l’opera dello Spirito in noi. E’ emerso più volte nel confronto di questi mesi l’urgenza di un sempre più profondo radicamento nella vita secondo lo Spirito : ogni scelta autenticamente cristiana, ogni parola che voglia essere parola di vangelo deve trarre dalla vita secondo lo Spirito la sua ispirazione e i suoi contenuti.

E’ urgente dunque fare in modo che le nostre comunità cristiane sempre più educhino alla vita spirituale e insieme offrano il “cibo solido” della Parola e dei sacramenti.

Insieme sentiamo anche la necessità di un investimento più convinto e più capillare nella formazione, nel senso più ampio del termine; pensiamo a tutti gli operatori pastorali, dalle catechiste ai ministri straordinari dell’eucaristia, pensiamo ai genitori che chiedono per i loro figli il cammino di iniziazione cristiana, pensiamo ai laici e ai volontari che si impegnano nell’animazione, nella Caritas o nella liturgia.

È emerso anche un altro aspetto fondamentale per la vita delle nostre comunità e per l’annuncio del vangelo: l’annuncio “passa” attraverso le normali situazioni della nostra vita quotidiana e innerva le dimensioni del nostro vivere, civile ed ecclesiale: il lavoro, la festa, la sofferenza, gli affetti…. (cfr i diversi ambiti del Convegno di Verona – 2006).

Se questo è vero, allora non si tratta di creare situazioni artificiali o eventi particolari perché il vangelo possa risuonare; si tratta piuttosto di passare attraverso i normali ambiti dell’esistenza e i momenti della vita di una comunità cristiana, perché questi costituiscono oggi il “luogo” in cui ci è dato di poter annunciare il vangelo: la “pastorale ordinaria” è il luogo primario dell’evangelizzazione.

I genitori che chiedono il battesimo per il proprio figlio, due giovani che chiedono di poter celebrare nella fede il loro matrimonio, una famiglia che vive un momento di lutto o è attraversata dalla malattia… : in tutti questi “luoghi” umani, la comunità cristiana è chiamata ad essere presente e a dire una parola di vangelo.

Il primato dunque non va alle iniziative pastorali ma alla vita, a cui poi le eventuali iniziative pastorali possono dare risposta. In questo quadro la famiglia occupa un posto centrale, per quanto riguarda l’attenzione e l’investimento di energie. E di questo si deve fare carico la chiesa locale nella sua interezza, cioè sacerdoti, consacrate e laici in comunione tra loro. Questo è ciò che intendiamo scegliere come credenti per la nostra Unità Pastorale.

Le relazioni nella logica della comunione

Il 16 ottobre 1996 il Vescovo ha dato il via alla nuova “Unità Pastorale Forlanini” e dentro questo solco di un cammino di chiesa condiviso, il 26 gennaio 2009 il Vicario Generale riconfermava il cammino intrapreso per una “Unità Pastorale a statuto speciale”, che prevedeva la nascita di un Direttivo e di un “dinamismo” nuovo tra Consigli Pastorali, Gruppi e Commissioni di Unità Pastorale, in vista di una più forte comunione e di una più profonda condivisione della fede.

Sentiamo allora la necessità di ribadire che la logica della comunione è una scelta prioritaria di stile e di discernimento, e non solo una opzione funzionale, nel desiderio di crescere maggiormente nella capacità di coordinamento tra le diverse realtà ecclesiali e nella capacità di comunicazione, all’interno della nostra Unità Pastorale e soprattutto all’esterno. Uno stimolo a questo riguardo ci è offerto dall’ Opera segno, un progetto nato in questi anni dalla Caritas Italiana, che ha messo in rete nel nostro territorio circa quaranta realtà, per un cammino comune.

Dentro questa comunione diventa indispensabile la cura per le relazioni, dentro e fuori la comunità ecclesiale, segno e rimando alla “buona relazione” di Dio con gli uomini, relazione di amore e fedeltà, relazione di Alleanza.

Accogliere e accompagnare

Come dunque prende forma la trama di relazioni che la comunità cristiana intende vivere per annunciare il vangelo? Si tratta di accogliere le tante persone che bussano alla porta delle nostre Comunità e nello stesso tempo di vivere nelle nostre relazioni “brevi”, quelle della vita quotidiana, quello stesso atteggiamento di Gesù, capace di accogliere e di entrare in relazione davvero con tutti.

Ma oltre l’incontro momentaneo, sentiamo anche la necessità e l’urgenza di accompagnare i tanti cammini di fede che il Signore stesso suscita. Oggi più che mai i ragazzi e i giovani hanno bisogno di essere accolti e accompagnati per quello che sono e per come sono, per essere condotti, con tutte le loro domande e contraddizioni, all’incontro con il Signore.

Ma pensiamo anche in modo particolare agli anziani, a coloro che si trovano in situazioni affettive problematiche, alle famiglie nate dopo separazioni e divorzi, ai poveri, a coloro che sono sinceramente in ricerca e a chi si è riavvicinato alla fede. Si tratta dunque di accompagnare i passi di tanti fratelli e sorelle che con noi condividono la vita, le preoccupazioni quotidiane e il desiderio di una pienezza, che solo in Dio trova il suo compimento.

Accogliere e accompagnare delineano dunque non solo una serie di proposte o iniziative pastorali, ma anche e soprattutto uno stile che vorremmo apparisse sempre più chiaramente, un volto di chiesa secondo il vangelo, che abbiamo evocato richiamandoci alla predicazione di Paolo ad Antiochia e a Filippi.

Epilogo

Vogliamo dunque essere una chiesa legata alla “terra”, come lo era il popolo di Israele, una chiesa radicata in questo territorio; e insieme una chiesa in cammino, con gli uomini e le donne che qui vivono, soffrono, sperano e cercano; una chiesa che continuamente si mette in ascolto dello Spirito, per lasciarsi condurre e lasciarsi indicare il “luogo” della missione.