Articolo del Mese

Fratelli tutti, la nuova enciclica di Francesco

Il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco d’Assisi, è stata pubblicata la terza enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti. Il testo, il cui titolo è preso dalle “Ammonizioni” del Poverello, è dedicato ai temi della fraternità e della amicizia sociale, in un mondo duramente colpito dalla pandemia di coronavirus. In questa enciclica sociale, il pontefice si rivolge a tutti noi e indica la strada per costruire un mondo più giusto e fraterno. 

1) Il documento si apre con un capitolo, “Le ombre di un mondo chiuso”, in cui Francesco descrive le «tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale». La diagnosi proposta dal Papa non è nuova: Francesco torna infatti a criticare modelli di sviluppo economico che lasciano indietro popoli e individui fragili. In questo testo, però, il pontefice sottolinea come la pandemia abbia aggravato e messo a nudo i meccanismi della cultura dello scarto, che portano ad escludere dalla società quanti sono visti come “non utili”. In particolare, il Papa parla degli anziani colpiti dal Covid: «Non dovevano morire così […]. Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa». Il Papa evidenzia anche il riemergere, negli ultimi decenni, di razzismo, xenofobia e nazionalismi. 

2) Il secondo capitolo di Fratelli tutti, “Un estraneo sulla strada”, è forse il più significativo e toccante. Consiste interamente in una riflessione del Santo Padre sulla parabola del buon samaritano, che viene presentato come modello di fratellanza. Francesco conduce il lettore nell’esegesi del testo evangelico, attingendo alla tradizione ebraica e a quella cristiana, ed evidenziando con precisione le dinamiche della storia: l’indifferenza del Sacerdote e del levita («Persone religiose» sottolinea il Papa, aggiungendo: «il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace») e la prossimità del Samaritano, che ha compassione dell’uomo ferito e rinuncia al suo tempo per aiutarlo. «Con chi ti identifichi?» chiede a ciascuno di noi il Papa, invitandoci a riconoscere la tentazione di disinteressarci degli altri e denunciando il fatto che «siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate». Nel buon samaritano, Francesco vede la «via d’uscita dalle ombre descritte nel capitolo precedente e, con il suo esempio, ricorda che ciascuno di noi ha una responsabilità verso il suo prossimo. 

3) “Pensare e generare un mondo aperto” è il terzo capitolo dell’enciclica. Partendo dalle virtù personali, una persona può cadere nell’individualismo del mondo odierno, trasformandosi in una monade, una singolarità che agisce da sola in un mondo complesso, oppure può espandersi verso gli altri. Questo dinamismo di apertura è la carità, che a sua volta deriva dal più alto concetto di amore. Citando Papa Wojtyła, Francesco ricorda che siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi «una specie di legge di “estasi”: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere». La vita «sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza» ma non la si può ridurre alla relazione con un piccolo gruppo e nemmeno alla famiglia, poiché si ha «una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà». La sfida per costruire un mondo aperto è, dunque, «la capacità quotidiana di allargare la mia cerchia, di arrivare a quelli che spontaneamente non sento parte del mio mondo di interessi».

4) Nel quarto capitolo, “Un cuore aperto al mondo intero”, Francesco evidenzia come sia difficoltoso declinare quanto affermato nel capitolo precedente nella realtà, specialmente quando il prossimo verso cui aprirsi è, ad esempio, un migrante. Al netto dei tecnicismi – diritti di cittadinanza, burocrazia, progettazione a medio-lungo periodo da parte dei paesi sviluppati – Francesco indica l’importanza della reciprocità nello scambio fra le culture. Chi arriva si arricchisce e trae vantaggio tanto quanto chi accoglie, dando vita ad un «fecondo interscambio». Anche in questo caso, non è pura teoria, il Papa si accorge delle difficoltà e non fa cadere il discorso in un arido utilitarismo; è la gratuità, la capacità di fare qualcosa senza aspettarsi immediatamente qualcosa in cambio, il volano di questo meccanismo. Di più, l’apertura fra i popoli non rinuncia al proprio tesoro storico e locale. Tornando in qualche modo alle virtù personali del terzo capitolo,  «come non c’è dialogo con l’altro senza identità personale, così non c’è apertura tra popoli se non a partire dall’amore alla terra, al popolo, ai propri tratti culturali».

5) Il quinto capitolo, “La migliore politica”, indaga il mezzo principe che la società tutta si è data per raggiungere gli obiettivi prefissati nei capitoli precedenti: la politica, intesa proprio come ‘arte del governo’. Scrive il pontefice che «per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune». Purtroppo, nel mondo di oggi, populismo e neoliberismo sfrenato hanno sostituito i grandi valori ed il «sogno collettivo» di un progetto a lungo termine. La contrapposizione netta e mal ragionata fra populismo e non-populismo rischia di soppiantare l’ideale di popolo, ossia di quel termine così semplice e pur così sfuggevole che indica che siamo più della mera somma degli individui su questa terra, rischiando quindi di demolire il concetto di democrazia (governo del popolo). Inoltre, la cultura neoliberista fa perdere di vista ciò che davvero promuove il bene del popolo: il lavoro. Questo permette, infatti, di «assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno».

6) Il sesto capitolo, “Dialogo e amicizia sociale”, è dedicato alla cultura dell’incontro. Il Papa sottolinea una degenerazione mediatico-politica del dialogo, che diventa dibattito in cui lo scopo è screditare e sminuire un avversario. Un dialogo costruttivo, invece, presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro. Ma Francesco sottolinea anche che il dialogo non è relativismo, il quale invece «sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento». È invece lo strumento adatto a raggiungere il consenso sulle verità fondamentali che stanno alla base della nostra convivenza sociale, come il riconoscimento che ogni essere umano possiede una dignità inalienabile. Il pontefice si sofferma, poi, sulla gentilezza, un atteggiamento individuale, ma anche una cultura sociale che «facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti».

7) Il settimo capitolo, “Percorsi di un nuovo incontro”, contiene riflessioni molto forti sulla pace. Il Papa sottolinea l’importanza del perdono nei processi di riconciliazione sociale e di superamento dei conflitti, il quale però non può mai essere separato dalla memoria storica e dalla ricerca della giustizia. Ricordando le grandi tragedie del Novecento, come la Shoah, Francesco afferma che «senza memoria non si va mai avanti». Parlando delle ingiustizie subite da individui o da interi gruppi sociali, ricorda che «siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile». Anche di fronte ai torti subiti, non solo cercare giustizia è lecito, ma anzi è la dinamica del perdono a richiederlo, purché la ricerca della giustizia non sia alimentata dall’ira e dal desiderio di vendetta. Il pontefice si sofferma poi su «due situazioni estreme che possono arrivare a presentarsi come soluzioni», ma che sono «false risposte»: le guerre, spesso presentate come “giuste” e “giustificate” senza che lo siano e che sempre lasciano il mondo peggiore di prima, e la pena di morte, dichiarata inammissibile. 

8) Nel capitolo finale dell’enciclica, “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”, il Papa riprende il Documento sulla Fratellanza Umana, firmato l’anno scorso ad Abu Dhabi con Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, più volte citato nel testo come ispirazione. Francesco rivendica il ruolo delle religioni nella sfera pubblica e lancia un appello perché il diritto alla libertà di culto sia ovunque protetto. Denuncia anche il terrorismo e i fondamentalismi violenti, affermando che «la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni». 

Nel concludere Fratelli Tutti, fra i modelli che nomina, Francesco si ferma in particolare sul Beato Charles de Foucauld: «Voleva essere, in definitiva, il “fratello universale”. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi». 

Claudio e Maria